Il Progetto

I cinque punti costitutivi di NODI FREUDIANI MOVIMENTO PSICANALITICO

Documento *

I cinque punti che seguono sorgono da un interrogativo che ha impegnato il nostro lavorare insieme in psicanalisi fin dalla fondazione di APLI (1992).
Quale forma istituzionale permette di sviluppare nel miglior modo possibile lo spirito e la Iogica della teoria che origina dal discorso analitico, così come lo hanno formalizzato Freud e Lacan?
All'inizio c’è stata una scelta: prendere criticamente le distanze, come Istituzione (APLI), dalla Legge 56/89 che rischiava, a nostro parere, di affogare la psicanalisi nel calderone delle psicoterapie. I motivi di questo rifiuto sono ampiamente discussi e motivati lungo tutti questi anni (in numerosi dibattiti, scritti, libri, convegni, ecc.).
Ne ricordiamo quindi solo due, che ci sembrano particolarmente significativi:

A) La psicanalisi, pur nascendo con Freud nell'ambito del discorso medico (neurologico e psichiatrico), è l’inverso di quella logica. Per esempio, diversa e addirittura opposta è l’accezione che questi discorsi hanno sviluppato del concetto di sintomo e dell'esercizio del sapere.
Per il discorso medico ogni sintomo, compreso il sintomo psichico, anche quando si configura come una risorsa, resta comunque un’insorgenza da eliminare oppure da spegnere e da piegare a un adattamento più congruo e compiacente nei confronti degli ideali di salute e di benessere egemoni in ogni civiltà. Analogamente vengono intese le cose nel campo delle psicoterapie, che condividono in gran parte questa stessa logica.
Quanto all'uso del sapere, l'atto medico e quello analitico vanno nel senso esattamente opposto. Tra tecnologia, tecnica e strategie d'intervento la medicina fa del paziente l’oggetto di un sapere specialistico e distante. Le psicoterapie a loro volta, malgrado le loro reciproche diversità, rispondono alla logica di un sapere informativo, riparativo e prescrittivo. Comunque medico e psicoterapeuta sono e restano, nel corso di ogni cura, le autorità e i portatori indefettibili di un sapere sull’altro, protocollato e garantito.
Per la psicanalisi le cose non vanno così. Il sintomo è sempre una risorsa del soggetto, è il suo tiranno, ma è anche la sua identità. Quindi l'idea di Iiberare il soggetto dal suo sintomo non solo è un abbaglio, ma è addirittura un esproprio. Solo lungo una sua esplorazione e articolazione, il soggetto può giungere a modificare quella struttura psichica (nevrotica, psicotica, ecc.) che gli ha causato la sofferenza e il disagio che lamenta. Quindi il sintomo traccia, in psicanalisi, il percorso che può consentire di giungere alla guarigione. Guarigione come cambiamento che permetta di rinunciare al versante più ottuso del sintomo stesso lungo la via di una sublimazione, ossia di una differente formazione dell'inconscio, in una ricomposizione dell'economia libidica.
Ma il sapere in psicanalisi non è proprietà né certezza dell’analista: è piuttosto esperienza teorica in atto... mancato. Di conseguenza: ’guarigione', ‘rinuncia al sintomo’ e 'sublimazione’ altro non sono che i termini di un sapere sempre critico e, per meditata opzione, privo di tecnica. Dunque, un sapere del quale quotidianamente constatiamo la labilità e I’impermanenza. Il tratto insostituibile della psicanalisi sta in tutto questo e nel peculiare tragitto della cura, fondata com'è sull’ascolto dell’inconscio e sull'infinità dell’atto. Uno psicanalista non fa promesse di salute, ma s’impegna a lasciare aperto uno spazio di ricerca che fino a quel momento il soggetto sentiva soffocato dall’inibizione, dal sintomo e dall'angoscia. Promette inoltre di tenere vigile e attiva la responsabilità dell’atto che, con il suo analizzante, ha inaugurato. Il lavoro di un'analisi è in grado di provocare effetti di conoscenza sorprendenti, ma anche di solitudine e di smarrimento. Rispetto a ciò il singolo analista non desidera sfilarsi dal proprio coinvolgimento né può cavarsela proiettando e istituzionalizzando.
Perciò oggi accade sempre di più che chiedano di avviare un’analisi persone molto sofferenti, le quali — dopo avere cercato indicazioni e risposte altrove - sentono che la loro questione non può finire così.

B) La posizione (a)storica, che il discorso psicanalitico tiene rispetto al suo tempo e ai discorsi che attraversa, si nutre dell’intuizione freudiana secondo cui I’inconscio è atemporale. Nei suoi cent’anni di vita, la psicanalisi ha quasi sempre occupato una posizione particolare, si potrebbe definire asintotica, rispetto ai discorsi dominanti con cui si è confrontata.
D'altronde - prendiamone finalmente atto e traiamone, se possibile, qualche conseguenza - la psicanalisi ha avuto una parvenza, un bagliore di "successo", di immeritata ed equivoca popolarità, solo durante certi brevi periodi storici in cui particolari e transitorie contingenze sembravano aver messo in crisi i presupposti stessi del discorso in quel momento egemone.
Ma ora, più che mai, nel nostro tempo, nel trionfo dell’età della tecnica, deI “monoteismo tecnologico”, la psicanalisi non può che trovarsi storicamente scartata (tenendo ben conto di tutte le varie significazioni che il significante scarto evoca: svelamento, resto, rifiuto, evitamento, ecc.).
In particolare, iI disagio soggettivo non può più essere tollerato, se non unicamente come malattia, in una civiltà — quella attuale, per I’appunto tecnologica e tecnocratica — che si pone come scopo e fine una esasperata ideologia del benessere. La sofferenza che invece, inevitabilmente, continua ad emergere deve essere quindi eliminata o, per lo meno, neutralizzata. Anche quando ciò risulta vano o addirittura dannoso per lo sviluppo psichico dell'individuo (come si accennava nel punto precedente).
Ma non può essere che così, poiché la tecnica si pone come orizzonte del suo agire proprio l'esattezza del comprendere in quanto capacità di dominare. Si tratta, in sintesi, di un nuovo discorso della padronanza. E trova nelle sue scoperte, sempre più terapeuticamente efficaci (psicofarmaci, psicoterapie), gli strumenti per mettere a tacere le istanze del desiderio, sottese alla sofferenza psichica, che il soggetto — quello dell’inconscio, strutturalmente non comprensibile né comprendibile nella logica di un discorso padrone - continua ad agitare nell’agitarsi sintomaticamente.
Chi dunque resta — oggi più che mai — ad ascoltare questo disagio e le domande che esso implica, se non lo psicanalista? A una condizione, però: che il discorso analitico sia l’inverso del discorso della padronanza, che anzi cerchi di sostenere l’onere di un’inedita sovversione soggettiva, accettando le conseguenze impreviste dell’atto che produce. Inoltre deve, in chiave etica, saper riconoscere il senso formativo e tragico dell’esilio che strutturalmente lo concerne. Quell’esilio che egli stesso traccia, affermando e continuamente presentificando l'esistenza dell’inconscio, nel cuore di qualunque civiltà e nel disagio che ne deriva. Si tratta di imparare, dunque, ad appartenere all’esilio che ci appartiene. Un esilio non solitario e non subìto ma attivo e criticamente condiviso con qualcun altro.

Abbiamo così sottolineato almeno due dei motivi che ci hanno impedito d’inseguire e di adeguarci a una Legge che rischia, nella sua attuazione, di confondere la psicanalisi con la psicoterapia. Rendendole comunque il merito di aver saputo - se la si vuole leggere - rimettere la psicanalisi, paradossalmente, nella straniante e straniera posizione che le compete.
A questo punto ci si è però posta un'altra questione. Se un'associazione psicanalitica non ritiene di potersi adeguare ai parametri di questa Legge dello Stato, a quale funzione può adempiere? E ancora: partendo dalla premessa che comunque nessuna associazione psicanalitica e nessun dispositivo, finora messo in atto dalle stesse associazioni (comprese quelle lacaniane), può garantire Ia formazione di un analista senza tradire i principi che reggono la logica della psicanalisi, come è ancora possibile oggi lavorare insieme alla teoria psicanalitica? Detto altrimenti: né scuola di psicoterapia né istituto per un'improbabile garanzia di “formazione” dell’analista. Che fare, dunque?
Al momento la nostra risposta è che occorre prendere atto che non è possibile un insegnamento diretto, universitario del sapere psicanalitico. Ciò che di autentico può esistere in psicanalisi è, piuttosto, la sua trasmissione. La trasmissione di un desiderio. Ossia, quanto è implicato dal passaggio del lavoro del transfert (analisi personale o clinica psicanalitica in cui un analista "si autorizza soltanto da sé”) al transfert di lavoro (in cui un analista si autorizza a una sua personale elaborazione teorica solo confrontandosi con qualcun altro). Dando così, anche pubblicamente, conto della teoria che affianca e sostiene il suo lavoro clinico.
Insomma, pur rispettando le ragioni delle Associazioni che organizzano un loro insegnamento deIla teoria psicanalitica, continuiamo a preferire (come abbiamo fatto in questi più di quindici anni) una nostra pratica teorica in psicanalisi. Pratica che implica semplicemente un confronto tra analisti, anche insieme a non analisti interessati alle scoperte della teoria dell’inconscio. Come del resto è accaduto da Freud a oggi, ma solo quando la migliore tradizione psicanalitica è riuscita a farsi valere.
Ne consegue che tale lavoro di ricerca, che si spera possa avvenire fuori da ogni scolastica e affidato solamente all'eventuale invenzione di ciascuno, ci costringe a una riflessione teorica libera sia da vincoli burocratici sia da vincoli transferenziali agiti (ossia alterati dalla suggestione).
Per questo riteniamo che le forme istituzionali tradizionali (associazione, istituto, società, ecc.) non siano le più adeguate, ma che sia piuttosto il concetto di movimento a rispecchiare meglio le nostre intenzioni. Così Freud amava chiamarlo (vedi: Per la storia del movimento psicanalitico, 1914). Il che non ci impedisce di pensare, in forma di memoria e di avvertimento, quante volte gli aspetti ideali di questo nome e di questa esperienza siano stati traditi. Il movimento è “atto, effetto del muovere e del muoversi, spostamento". Atto di parola, innanzitutto, che provoca uno spostamento del discorso. E così l'inarrestabile scivolare di un desiderio di sapere si può muovere alla ricerca di un punto di condensazione in cui magari emerga una qualche, parziale e transitoria, altra verità.
Questa è la tensione critica che ci anima: questo è il desiderio e la speranza.

I punti che seguono derivano da quanto fin qui affermato e sono il tentativo di tracciare le possibilità e quindi anche i limiti di un movimento psicanalitico:

1) Nodi Freudiani è un movimento psicanalitico, completamente autofinanziato, teso alla ricerca e alla diffusione della cultura e della logica del discorso psicanalitico, a prescindere da qualsiasi appartenenza professionale o istituzionale dei singoli iscritti.

2) Partecipano a Nodi Freudiani psicanalisti e non psicanalisti - com’è da sempre nello spirito e nella tradizione del movimento freudiano - interessati a lavorare su quella pratica teorica che trae le sue origini dall'invenzione del concetto d’inconscio. Questo lavoro si specifica nelIo svolgersi di attività dirette a sviluppare una teoria che risenta della particolare struttura del discorso psicanalitico.

3) Più di quindici anni di lavoro comune (APLI, N.F. Associazione Psicanalitica) ci hanno insegnato che ogni forma istituzionale canonica è dannosa, o semplicemente limitante, rispetto allo svolgersi di un’autentica ricerca nel campo psicanalitico. Sia che l’Istituzione abbia una forma gerarchica e burocratica sia, come spesso avviene, che venga fondata sull’insegnamento, più o meno estemporaneo, di un qualche piccolo o grande maître. Se in un caso si cerca di inquadrare e di spegnere gli effetti di transfert inevitabili in qualsiasi gruppo, nell’altro si finisce per manipolarli e per assoggettarli. Definire, invece, movimento N.F. offre l'opportunità d'intendere questo nostro aggregato come un insieme aperto. Ossia, una sorta di "grande zero” dell’istituzionale, teso a provocare intersezioni, tanto interne quanto esterne al movimento stesso, tali da favorire I’opportunità di lavorare teoricamente “in un insieme costituito dagli elementi comuni a più insiemi”. Ne consegue che le intersezioni - attraverso le quali desideriamo che continui il nostro lavoro di scambio e di ricerca nella teoria psicanalitica - saranno per loro natura parziali e transitorie.

4) Per tutti i motivi finora esposti riteniamo che gli iscritti a N.F. debbano tenere conto che nessun autorizzarsi a partire da un’istituzione può consentire a uno psicanalista di praticare in quanto tale. Ne è anzi un impedimento. Infatti l’autorizzarsi come analista - e finora nessuna teoria è riuscita a smentirci in questo senso - nasce solo da un atto che un analista incontra nella sua pratica di analisi personale. Quindi, se l'autorizzarsi è un atto, nessuna istituzione dovrebbe, né del resto potrebbe, offrire alcuna garanzia. Garanzia che servirebbe solo a neutraIizzare la responsabilità soggettiva, senza attenuanti, che ogni atto implica.
Ciò non impedisce che N.F. possa, ciascuna volta, rilasciare a chi lo richiede, un attestato di partecipazione alle sue attività.

5) Ne consegue che chi partecipa a N.F. movimento psicanalitico lo fa esclusivamente a titolo di “iscritto alle attività di N.F.”. Iscrive così il suo nome in un lavoro. Indipendentemente dalla qualifica professionale, che si attribuisce sotto la sua responsabilità, rispetto alla quale il movimento non può e non intende entrare nel merito. Ci si può iscrivere, quindi, a N.F. solo per testimoniare della propria attiva partecipazione ai lavori e per contribuire all'investimento economico di autofinanziamento.

Milano, aprile 2008

                                                                                              Sergio Contardi
                                                                                                       sergiocontardi@alice.it

* Questi punti non intendono sostituire ma unicamente affiancare ed integrare quanto scritto nell’ultimo documento programmatico di N.F. del 2004. Ne sono, insomma, una sorta di regolamento che tratteggia e precisa alcune implicazioni di quel testo. Tuttavia questo documento si costituisce anche come effetto della giornata di studio su La psicanalisi nei disagi della civiltà (Milano, marzo e dicembre 2007) e si formula come quel "quarto tempo” già previsto dal suo dispositivo.