La trasmissione continua

La cancellazione della psicanalisi portata a segno dalla legge 56/89 dello Stato italiano, non ci ha spinto a sospendere quel lavoro di formazione che ha animato il nostro insegnamento negli anni. Non abbiamo ceduto alle sirene legislative della psicoterapia, ma non ci siamo abbandonati a guerre facinorose per sostenere l’unicità di una nostra ideologia.
Il mero incappare in una soltanto di queste, infatti, implicherebbe la perdita di un’etica dell’astinenza come quella che si conviene al lavoro analitico. Poiché il sapere fondante per un analista è che la Verità non esiste (neppure quella freudiana o lacaniana), se si schierasse in battaglie dottrinali o s’impennasse in crociate esclusiviste educherebbe se stesso e gli altri allo spirito settario e alla pratica del convincimento.
Così il progetto dello Stato non costituisce né ha costituito mai per noi l’occasione di cambiare rotta, ma piuttoso quella di continuare il nostro lavoro di trasmissione. Tentiamo insomma di accettare la sfida impossibile che ci viene sollecitata dalla pratica freudiana: quella di fondare il legame sociale tra psicanalisti avendo come scopo - piuttosto che la formazione dell’analista: vero e proprio enunciato di un sapere - le formazioni dell’inconscio: emergenze di verità parziali e transitorie. Riferendo l’esperienza della teoria ad esse, sarà la produzione di un sapere in divenire il nostro punto di approdo. D’altronde, per la psicanalisi, qualunque oggetto del desiderio, essendo fondamentalmente perduto, non può che costituirsi in perdita. Perciò il nostro sapere, anche quello teorico, è soltanto un sapere che rilascia un resto: qualche punto di verità soggettiva. Quindi non affermiamo certo che solo noi (in nome della psicanalisi freudiana) abbiamo capito il senso recondito dei grandi o dei piccoli dilemmi della modernità, né sosteniamo che l’unica cura cui aspirare sia la cura analitica, né meno ancora che il tipo di guarigione proposto dalla psicanalisi sia garantito o migliore. Ma precisiamo che la psicanalisi freudiana lacaniana (così come l’abbiamo intesa e studiata noi) è questa esperienza e non un’altra. Ascolta l’inconscio, il sintomo e il sogno del soggetto in un modo e non in un altro. Il che ha delle conseguenze di cui ci prendiamo la responsabilità, disponendoci a metterle a confronto con altri propositi e con altre conseguenze. Restiamo analisti per scelta ossia per desiderio dell’atto analitico nel cui stesso compiersi consiste il cuore dell’avventura soggettiva: di quell’avventura che il soggetto sofferente – prima di fare la sua analisi – riesce a permettersi solo sotto le spoglie trasfigurate dei più acuti disagi e della malattia (ossessioni, deliri, somatizzazioni, fobie).

Dunque la trasmissione continua, al di là del riconoscimento dello Stato.

La psicanalisi nel tempo del suo esilio

Che cosa accade oggi alla psicanalisi, in questo tempo che la vede spesso emarginata, criticata e contraffatta? Se questo è il tempo del suo esilio: che fare? Pensiamo che non si parta dall’esilio né ci si arrivi: che ci si trovi nell’esilio. E che il compito di un analista sia piuttosto quello di saperci appartenere.
Il nostro obiettivo non è il reclutamento di analisti, ma al contrario è la sollecitazione di una scoperta: la scoperta del talento e delle antinomie di ciascuno. Dunque il nostro insegnamento non si rivolge a chi, volendo fare il medico della malattia mentale, non intendesse mettere in controversia la sua posizione.
In tal caso non avrebbe nulla da chiedere alla psicanalisi. I tempi sono molto cambiati e, dal nostro punto di vista, non solo in peggio. Fino a una quindicina di anni fa anche gli psichiatri si rivolgevano alla psicanalisi perché individuavano in essa uno strumento prestigioso per curare se stessi e gli altri.
Del resto i farmaci erano ancora troppo velenosi e grossolani; le psicoterapie attingevano moltissimo alla dottrina freudiana tanto da apparire, rispetto a essa, sorelle minori o minorate. I suoi costi sembravano, perciò, giustificati dalle lusinghe dell’originalità e dell’esclusività, nonché dalle illusioni terapeutiche che le venivano annesse, a volte per conformismo o per una certa popolarità. Capitava quindi che la psicanalisi fosse agognata allora per ragioni analoghe a quelle che oggi rendono agognati i farmaci e le psicoterapie. In definitiva, veniva presa in alta considerazione come metodo medico di cura per la psiche malata e dipendente. Nonostante le piccole battaglie di qualche idealista freudiano e lacaniano, è stata soprattutto questa versione della psicanalisi che ha avuto successo ieri in Italia.
Ma oggi questa versione non funziona più.
Indubbiamente costa e dura troppo rispetto ad altri rimedi più soddisfacenti per risultati di adattamento, di conformità, di funzionalità e di benessere. Risultati che oggi costituiscono gli ideali di ogni terapia e sul piano dei quali una parte degli psicanalisti ha da tempo ingaggiato un vano cimento. Da parte nostra riteniamo che soltanto oggi, nel tempo del suo esilio, è concesso alla psicanalisi di riprendersi il nerbo della propria identità.

Oggi più che mai è dato rivitalizzare il senso etico e clinico del lavoro freudiano.

Una professione di stile

La formazione analitica promuove una professione di stile che non si determina a priori. Professione di uno stile forgiato sulla tenuta di un luogo altro ovvero di un altrove in cui l’atto di formazione all’ascolto e al lavoro dell’inconscio possa darsi, ma anche non darsi … e comunque, in un caso come nell’altro, prendendo di sorpresa sia il formando che il formatore. In sostanza: a noi analisti (ovvero ad ogni analista) non è consentito conoscere la strada maestra della formazione analitica di un altro. Questa è la nostra castrazione! Per l’analista e il suo sapere, dunque, non c’è che l’oblio: grazie al quale alla psicanalisi può venir consentita la sua migliore trasmissione. Sostenere, perciò, che il nostro insegnamento è trasmissione della psicanalisi vuol dire prendere atto del fatto che la psicanalisi non solo non vuole, ma non può, ricevere una legittimazione da parte di chi affida a protocolli o a convenzionali scansioni didattiche le garanzie del riconoscimento e dell’investitura. Quindi la psicanalisi non vuole e non può ricevere la propria legittimazione dallo Stato. A quest’ultimo non resta, dunque, che legittimare le scuole di psicoterapia. E allora noi proponiamo una non-scuola che fa scuola. Intendiamo una scuola che persegua le forme dell’appartenenza all’esilio. Una scuola che non si faccia prendere la mano dalla contabilità delle aspettative e dai confronti. Una scuola che eserciti a una pratica clinica animata e costante. Una scuola che si fondi su un insegnamento capace di provocare un sapere inventivo ed effettuale: un sapere formativo anche per i non-analisti, presi da quel peculiare cammino che tempra nel desiderio lo stile di ogni identità.

Fuori dalle leggi della psicoterapia, ma non fuorilegge

Secondo una psicanalisi elaborata a partire dall’insegnamento di Freud e di Lacan con spirito critico e interesse per la modernità, la trasmissione analitica non si trova soltanto fuori dalla legge 56/89 dello Stato, ma anche fuori da un’altra legge: quella secondo cui un’associazione analitica deve formare il suo candidato, ammaestrandolo a un sapere, a una dottrina e a una tecnica. In effetti, a dispetto del buon senso di una simile strategia, gran parte della storia associativa della psicanalisi (dall’IPA alle scuole junghiane, lacaniane ecc.) ha dimostrato i non rari pervertimenti etici in cui una simile soluzione è incorsa e ancora incorre. Uno fra gli altri è il suo rivolgimento in psicoterapia. Oggi (anche grazie alle ripercussioni della legge 56/89) diventa più evidente il fatto che la formazione analitica, effettuale e permanente, non si può elargire. Elargire formazione analitica costerebbe il prezzo di un vero e proprio traviamento della dimensione di desiderio che è il dato soggettivo e a posteriori di una pratica e di un’etica fondate sul transfert ovvero sul gioco imprevedibile delle incognite di ciascuno. Tanto meno si può pretendere di garantirla con un’investitura. Ma, occorre dirlo, su questo punto la legge 56/89 dello Stato italiano sulle psicoterapie rende finalmente giustizia: l’unica formazione possibile nel campo psi è quella dello psicoterapeuta. Constatiamo come, per sua natura e logica, il discorso giuridico tenda a sostituirsi, per otturarle, alle falle etiche degli altri discorsi e, quindi, al traballante legame sociale che ne consegue. In Italia: ‘mani pulite’ in assenza etica del discorso politico e la legge sulle psicoterapie in assenza etica del discorso analitico. D’altro canto la legge sulla psicoterapia è stata motivata dalla reiterata insistenza, attuata dalle Società di psicanalisi, nell’esibire il feticcio della “formazione dello psicanalista”. La reazione alla legge dello Stato è consistita, da parte delle istituzioni psicanalitiche (nessuna esclusa), nel rigettare la verità emersa dal discorso giuridico. O aderendovi acriticamente o denegandola nei fatti. È questo comunque l’insistente lamento: se il nostro feticcio (la formazione dell’analista) – l’unico oggetto che per noi giustifica il nostro esistere come associazioni – viene meno, come tollerare di continuare a vivre ensemble, ossia come tollerare di fondare il proprio desiderio su una mancanza…? Tale è il prezzo pagato all’oblio dei rapporti tra verità e soggetto, ridotti così a semplici problemi di appartenenza (a un gruppo, a un partito, a una scuola, ecc.). Eppure se l’inconscio è, in una sua parte, un sapere non saputo, un sapere che non sa di sapersi, un sapere che può nell’attimo del suo effettuarsi diventare verità, che affida il soggetto del desiderio al proprio fantasma fondamentale come ignorare che questa verità non-tutta è sufficiente a formare un soggetto differente? Differente perché è diventato eticamente differente il suo rapporto con la verità. L’inconscio è taglio in atto – ci ricorda Lacan - e le sue formazioni ne sono l’effetto. Come fondare allora l’associarsi tra analisti, il loro legame sociale o peggio la loro formazione, su un sapere che o non è o, se è, è conoscenza … tutt’altro dal sapere inconscio? Conoscenza che se non si costituisce come punto di fuga diviene rapidamente sapere universitario e che, per diventare teoria analitica, non può che inseguire altre verità. Allora qual è il cammino per una formazione analitica? Questa è la nostra risposta: è possibile (non garantito) imbattersi in una formazione analitica nel corso della propria analisi e laddove si fanno studi freudiani indifferenti alle prescrizioni o normative professionali. Viceversa, dove vengono date investiture professionali, si lascia passare psicoterapia. Ricordiamo che, sebbene Freud abbia chiamato a più riprese la psicanalisi con il nome di psicoterapia, oggi questa parola ha tutta un’altra valenza che agli inizi del Novecento. Mentre ieri indicava fondamentalmente il fatto che l’analisi freudiana si disponeva a rendere conto del suo procedimento di cura ovvero dei suoi effetti di trasformazione sul sintomo, sul soggetto e sulla nevrosi (cosa a cui ancora oggi un analista non si sottrae); attualmente la parola psicoterapia esprime una vera e propria visione del mondo, della salute e della malattia. Ed è in nome di questa mutazione semantica che la psicanalisi ci tiene a dire che non è una psicoterapia. Allora reputiamo che soltanto tenendo vivo il valore irrinunciabile di una posizione eccentrica nell’accoglienza del sintomo, della malattia e del dolore mettiamo in campo l’unica psicoterapia in grado di aiutare il ‘paziente’ a riconoscere il senso etico della sua via traversa, nonché l’opportunità di sovvertire le gerarchie di servitù del bene e del male. Proponiamo così un insegnamento alleggerito dalla domanda di consenso che ogni luogo di formazione rivolge ai suoi allievi e, in cambio del quale, conferisce nomina e insediamento professionale.

Indifferenti sì alla legge, ma non per questo fuorilegge.

Un’associazione che…

Auspichiamo un’associazione che abbia per scopo non tanto un sapere comune e comunicabile (l’esserci del sapere), quanto un sapere da costruire a partire da una nonconoscenza (il divenire del sapere). Quindi contiamo non sulla formazione dell’analista ma sulla trasmissione della psicanalisi. Desideriamo un’associazione che favorisca l’appartenenza all’esilio; che sappia provocare domande, attraverso l’offerta di un sapere effettuato dall’emergenza di verità. Un’associazione che sappia tollerare il ritmo differente di ciascuno. Del resto, la realtà (sessuale) dell’inconscio e i suoi effetti non li si insegna né li si impara (didattica) ma li si trasmette, là dove se ne fa esperienza. Là dove si provoca l’effettuarsi di formazioni dell’inconscio: sia in un’analisi sia negli eventi (insegnamento, libri, riviste, giornate di studio, convegni, ecc.) sollecitati analiticamente da un’associazione. In particolare, solo dove l’atto ci precede e ci sfugge esiste l’eventualità che si producano formazioni dell’inconscio.

Per chi saprà ascoltare ci sarà stata trasmissione analitica: l’unica formazione attuabile in psicanalisi.

MANIFESTO DEI NODI FREUDIANI